• AOSTA_Marzia Migliora_Castello BARD2
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Alfredo Jaar

Che cento fiori sboccino 2015

TORINO

Fondazione Merz

 11 ottobre 2015

3 novembre 2015 10 gennaio 2016

 

Collocata nello spazio esterno della Fondazione, l’installazione dal titolo Che cento fiori sboccino ha un chiaro riferimento alla campagna maoista del 1956 che iniziò incoraggiando la libertà di parola e di critica costruttiva per promuovere la rivoluzione, ma che venne poi brutalmente interrotta, trasformandosi in una vera disgrazia per il dibattito culturale e intellettuale. Un concetto che Alfredo Jaar ha già affrontato, ma mai prima d’ora sotto questa forma e in uno spazio aperto. Per la Fondazione Merz l’artista disegna il simbolo dell’infinito (), utilizzando 100 fiori che tracciano il perimetro dei due cerchi. Nell’accostare il numero di 100 fiori al simbolo dell’infinito l’artista inverte la formula di Mao e rinnova un appello alla coscienza e alla bellezza della natura: una bellezza destinata a esaurirsi se non si è in grado di affrontare le critiche costruttive. A completare l'installazione, la scritta al neon: Che cento fiori sboccino.

L'artista

Nato a Santiago del Cile nel 1956,  dove ha  compiuto studi di architettura e di regia cinematografica.

Si trasferisce a New York nella metà degli anni ’80, dove attualmente vive e lavora.

È artista, architetto e film-maker, attivo sulla scena internazionale fin dalla metà degli anni ottanta.

Per Alfredo Jaar il ruolo dell’arte è strettamente connesso con l’impegno sociale. Nei suoi lavori realizza installazioni, utilizzando spesso la fotografia.

Attraverso le  sue opere Jaar  affronta  temi trattati marginalmente da quotidiani e giornali, focalizzando l’attenzione e sensibilizzando su 

argomenti politici, economici, vicende umane tragiche e violente come le guerre. Con i suoi lavori testimonia il genocidio in Ruanda, le miniere d'oro

in  Brasile,  l’inquinamento tossico in Nigeria e le problematiche relative al confine tra Messico e Stati Uniti, conflitti  militari, la corruzione

politica e gli squilibri del potere tra paesi industrializzati e in via di sviluppo. Una delle sue opere più note “The Rwanda Project” ha dato un volto alle vittime e

ai testimoni del genocidio in Ruanda.